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13/12/2009
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo al nostro dibattito sulla lettera di Pier Luigi Celli di Alessio Falorni, giovane docente all`Università di Firenze.

La lettera rivolta dal Direttore della Luiss (della Luiss, dico, non del Dopolavoro Ferroviario di Roccastrada) a suo figlio mi ha dato non poco fastidio.
Certo, credo sia piuttosto condivisa l’analisi che fa della situazione del Paese, ed io pure, nel mio piccolo, mi trovo a richiamare e semmai pure rafforzare nei capisaldi ormai da cinque anni all’interno del mio minuscolo moduletto didattico all`Università di Firenze. Un’analisi che è talmente nel senso comune, ormai, che è alla base di buona parte di quel movimento denominato “antipolitica”, e che sta tanto sulle scatole proprio ai fautori dello status quo di cui parla il Celli.
Principalmente mi son rimaste per la gola (come l’ovosodo che non va né su né giù) un po` di cose.

La prima
, è che chi scrive non è un Co.co.co., non è un praticante avvocato, non è un interinale. E’ il direttore di un Ateneo concepito da Confindustria per l’eccellenza, e che (mi sia consentito di dirlo senza voler offendere nessuno) oltre all’eccellenza italiana in termini di docenti e discenti, raccoglie anche l’eccellenza italiana in termini di “figli di papà”. Cosa che, è bene dirlo senza ipocrisia, è sempre esistita, e sempre esisterà.

La seconda
, è che anche il destinatario della lettera mi sembra tutt’altro che un poveraccio. Sì, è uno studente universitario. Ma è anche uno della categoria dei “figli di papà”, perché se è vero (com’è vero) ciò che dice Celli, è più facile farsi strada e cercar lavoro in quest’Italia essendo il figlio del Direttore della Luiss che non il figlio (magari tre volte più bravo: può essere, no? Ce ne scusi Celli junior…) di un operaio metalmeccanico di Termini Imerese che ha preso la laurea alla Sapienza con 110 e lode mantenendosi a Roma con un lavoretto part-time da Spizzico.
Magari Celli è la persona più corretta del pianeta, e non si presta ai mezzucci che tutti conoscono. Ma apparirebbe inumano se ci venisse a raccontare che, uscito dall’Università, suo figlio si troverebbe sperduto nel grande mondo lavorativo, senza un “aggancio”, senza “entrature”, senza la minima idea di una porta a cui bussare. Anzi, pure col padre che gli rifiuta ogni minimo aiuto, appellandosi alla moralità del “farsi strada da solo”, che è poi quella che ha fatto la fortuna, per esempio, di tanti piccoli imprenditori italiani del post-dopoguerra.

La terza
è proprio quella che mi è andata più di traverso, ed è l’invito a lasciare l’Italia. Ora, io lo so che nel nostro Paese, tra i problemi che abbiamo, c’è anche la tendenza a impiccarsi da soli. Sicuramente, è molto più “in” dell’amor patrio, di questi tempi. Ma il sottoscritto ama andar controcorrente, e dunque dichiarerò che l’Italia continuo ad amarla e a non considerarla tanto peggio degli altri Paesi. Certo, ha i suoi guai, le sue arretratezze, i suoi punti di debolezza. Ma cerco di evitare come la peste l’ideologia dell’erba del vicino che è sempre più verde; primo, perché appunto di ideologia si tratta, e secondo, perché se non si ama il proprio Paese, si è anche molto poco motivati a cambiarlo. Senza contare che, anche al di fuori dei confini natii, non è detto di non trovare delle sorprese. Come è capitato ad un caro amico che, a pieni titoli e col vento dei risultati in poppa, cercando la collocazione che, meritoriamente, gli sarebbe spettata in una grande istituzione finanziaria europea (in uno dei mondi che Celli trova probabilmente superiori al nostro), si è sentito informalmente rispondere che quel posto è riservato agli eredi di due celebri personaggi politici, uno della sinistra italiana e l’altro della destra francese. Insomma, anche quando si va fuori, l’esser “figlio di” conta, è sempre contato, conterà.

Mi sarebbe piaciuto sentire approfondire altre cose, da un personaggio influente e capace come Celli. Mi sarebbe piaciuto sentir parlare della (politicamente poco corretta) necessità di mandare a far l’operaio diversi dei sovrabbondanti (e alla fine, ahimè, inutili) laureati in Giurisprudenza o in Scienze della comunicazione attuali (magari proprio i “figli di” che finiscono l’Università in dodici anni); assicurandosi, caso mai, di inibire il malinteso senso sociale per cui diventare operaio, o piccolo imprenditore, o persino idraulico, va letto come una sconfitta sociale per una intera famiglia.
Mi sarebbe piaciuto sentir parlare della necessità di ridurre la portata di lobbying, collegata alla capacità di creazione di posti di lavoro poco produttivi in termini di valore aggiunto, di certe associazioni. O dell’inutilità di sostegno statale, pagato con i contributi di irregolari e co.co.co, a Enti inutili o grandi imprese bollite e ribollite, ma tanto pesanti, politicamente parlando (e si va, si capisce, ben al di là dell’Alitalia). Persino (ma quanto son perfido) un pochino di autocritica sulla propria generazione, che quanto a chiacchiere e a pacche sulle spalle alla nostra, non se ne fa mai mancare una. Ma quando arriva ai fatti, o tace, o si schiera proprio decisamente nelle retrovie dello status quo, sempre dalla parte degli insider, e mai degli outsider.    

Io, alla mia generazione, compreso il figlio di Celli, vorrei invece fare un altro invito: rimboccarsi le maniche e protestare, rimanendo coi piedi ben saldi proprio laddove c’è tanto bisogno di teste fresche, nuove, capaci, e di un gran lavoro di lobbying sociale. E a riscoprire un po’ l’affetto per questo grande Paese, che continua  ad andare avanti, nonostante tutto.

Alessio Falorni
Docente di “Sistemi economici locali”
Università di Firenze



10/12/2009
E` diventata ormai celebre la lettera del direttore generale della Luiss al quotidiano "La Repubblica".
Nella sua lettera Pier Luigi Celli, dopo un`attenta e puntuale riflessione, invita il figlio neolaureato a lasciare questo Paese. Andare via da questa Italia dove ancora oggi è difficile far affermare il valore del merito.
Noi di Fuoriclasse vorremmo aprire un dibattito sulle problematiche sollevate da Celli. L`idea sarebbe quella di condividere in rete una serie di "ragionamenti a voce alta", a partire da chi anima e vive il mondo della Scuola italiana.
Perciò abbiamo chiesto ad alcuni dei nostri "professori" di commentare per il nostro blog la lettera.
A voi la lettura! (E, qualora lo vorrete, ogni altro contributo e/o spunto di riflessione è gradito).

la Redazione

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"Qui in Italia noi facciamo così..."
Rifletto su “Figlio mio, lascia questo paese”, lettera aperta del rettore della Luiss, Dott. Celli, al proprio figlio alla conclusione dei suoi studi universitari.
Andare all’estero vuol dire credere nelle proprie possibilità, tentare comunque una via diversa laddove ogni possibilità è preclusa. Vuol dire innanzi tutto credere in se stessi, essere coscienti delle proprie capacità, dei propri talenti ed avere l’ottimismo della volontà per farli valere. A questo punto mi vengono in mente , per contrasto, tutti quei giovani che tale via di fuga non riescono neppure a intravedere perché, ancor prima di arrivare all’università, hanno perso l’entusiasmo dell’agire e la speranza nel futuro, confidando in ciò che di effimero il presente può offrire. Penso a quei giovani per i quali la precarietà è pane quotidiano (non tutti i ragazzi sono figli di un rettore, ci  sono anche i figli dei cassaintegrati), una precarietà talmente interiorizzata per cui riesce loro difficile fare progetti a lunga scadenza, ai quali riesce persino difficile creare rapporti affettivi stabili, a quelli per i quali il diritto  di scegliere se restare o andarsene è negato. Quando il pessimismo della ragione ha ormai preso il sopravvento, il richiamo a valori etici viene irriso, perchè credere e agire nell’onestà, nel rispetto degli altri vuol dire oggi condannarsi ad essere perdenti.

Tutti noi abbiamo fallito, come afferma il dott. Celli, nel non aver saputo consegnare ai nostri figli, ai nostri studenti, un’Italia diversa.
La sfida di oggi è, come genitori, come insegnanti, come qualsiasi cittadino di questa società, quella di far tornare a vivere i valori fondamentali dell’etica civile, quelli che potrebbero farci dire, ricordando e parafrasando il discorso di Pericle agli Ateniesi:  
Qui in Italia noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.
Qui in Italia noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo Stato,  non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui in Italia noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino italiano non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui in Italia noi facciamo così:  ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso.

Qui in Italia noi facciamo così:  un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui  siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore e che ogni italiano cresce portando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed è per questo che il nostro Paese è aperto al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui in Italia noi facciamo così!  

Daniela Laliscia
mamma e insegnante

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"Perchè non far emigrare i padri anzichè i figli?"
Come non essere d`accordo con Pier Luigi Celli ed il suo invito ad emigrare rivolto al figlio?
In un primo momento ho plaudito: anch`io, anni fa, suggerii ad una mia allieva intelligentissima ma di famiglia, come si dice, modesta, di andare all`estero ed ora la so felicemente "sistemata” in Svezia.
Ma possono partire tutti i ragazzi dotati?
Qui resterebbero solo quelli con un quoziente intellettivo basso o legati a qualche problema che li trattiene: un Paese di sfigati!
E allora ecco il paradosso: costringere a partire i padri, quelli che hanno reso così com`è l`Italia, quelli che danno lavoro solo ad amici e parenti in cambio di favori, quelli che protestano contro le tasse alte e non le pagano, quelli che tuonano contro l`assistenzialismo pubblico e poi ne approfittano, quelli che non hanno in alcun conto i valori della nostra Costituzione.
Con due-tremila charter ce la potremmo fare ed il nostro Paese potrebbe diventare come il resto d`Europa, dove si premiano il merito, l`impegno, la professionalità, siano di un operaio o di un docente, di un agricoltore o di un impiegato.

Luca Paretti
docente Liceo classico “Kant”
Roma



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