E`
diventata ormai celebre la
lettera
del direttore generale della
Luiss
al quotidiano "La Repubblica".
Nella sua lettera
Pier
Luigi Celli,
dopo un`attenta e puntuale riflessione, invita il figlio neolaureato
a lasciare questo Paese. Andare via da questa Italia dove ancora oggi
è difficile far affermare il valore del
merito.
Noi
di Fuoriclasse vorremmo aprire un
dibattito
sulle problematiche sollevate da Celli. L`idea sarebbe quella di
condividere in rete una serie di "ragionamenti a voce alta", a partire
da chi anima e vive il mondo della Scuola italiana.
Perciò abbiamo chiesto ad alcuni dei nostri "professori" di
commentare per
il nostro blog la
lettera.
A
voi la lettura! (E, qualora
lo vorrete, ogni altro contributo e/o spunto di riflessione
è gradito).
la
Redazione
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"Qui
in
Italia noi facciamo così..."
Rifletto su “Figlio mio, lascia questo paese”,
lettera
aperta del
rettore della Luiss, Dott. Celli, al proprio figlio alla conclusione
dei suoi studi universitari.
Andare all’estero vuol dire credere nelle proprie
possibilità, tentare comunque
una
via diversa
laddove ogni possibilità è preclusa. Vuol dire
innanzi
tutto credere in
se stessi, essere coscienti delle proprie capacità, dei
propri
talenti
ed avere l’ottimismo della volontà per farli
valere. A
questo punto mi
vengono in mente , per contrasto, tutti quei giovani che tale via di
fuga non riescono neppure a intravedere perché, ancor prima
di
arrivare
all’università, hanno perso l’
entusiasmo
dell’agire e la speranza nel futuro, confidando in
ciò che
di effimero
il presente può offrire. Penso a quei giovani per i quali la
precarietà
è pane quotidiano (non tutti i ragazzi sono figli di un
rettore,
ci
sono anche i figli dei cassaintegrati), una
precarietà
talmente interiorizzata per cui riesce loro difficile fare progetti a
lunga scadenza, ai quali riesce persino difficile creare rapporti
affettivi stabili, a quelli per i quali il diritto di
scegliere
se
restare o andarsene è negato. Quando il pessimismo della
ragione
ha
ormai preso il sopravvento, il richiamo a valori etici viene irriso,
perchè credere e agire nell’onestà, nel
rispetto
degli altri vuol dire
oggi condannarsi ad essere perdenti.
Tutti noi
abbiamo
fallito,
come afferma il dott. Celli, nel non aver saputo consegnare ai nostri
figli, ai nostri studenti, un’Italia diversa.
La sfida di oggi è, come genitori, come insegnanti, come
qualsiasi
cittadino di questa società, quella di far tornare a vivere
i
valori
fondamentali dell’etica civile, quelli che potrebbero farci
dire,
ricordando e parafrasando il discorso di
Pericle agli
Ateniesi:
Qui
in Italia noi facciamo così:
qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo
viene chiamato democrazia.
Qui in Italia noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano
una
giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non
ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino
si
distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a
servire lo
Stato, non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa
al
merito
e la povertà non
costituisce un impedimento.
Qui in Italia noi facciamo così: la
libertà di
cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo
sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai
il
nostro prossimo,
se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi
di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a
fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino italiano non trascura i
pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma
soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue
questioni private.
Qui in Italia noi facciamo così: ci è
stato
insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato
anche di rispettare le
leggi,
e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci è
stato anche
insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono
nell’universale sentimento di ciò che é
giusto, e
di ciò che é
buonsenso.
Qui in Italia noi facciamo così: un uomo che non
si
interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma
inutile,
e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica,
beh, tutti
qui siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la
discussione
come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la
felicità sia il frutto della libertà, ma la
libertà sia solo il frutto
del valore e che ogni italiano cresce portando in sé una
felice
versatilità, la fiducia in se stesso e la prontezza a
fronteggiare
qualsiasi situazione. Ed è per questo che il nostro Paese
è
aperto al mondo
e noi
non cacciamo mai uno straniero.
Qui in Italia noi facciamo così!
Daniela
Laliscia
mamma e insegnante
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"Perchè
non far emigrare i padri anzichè i figli?"
Come non essere
d`accordo
con Pier Luigi Celli ed il suo invito ad emigrare rivolto al figlio?
In un primo momento ho plaudito: anch`io, anni fa, suggerii ad
una mia allieva
intelligentissima ma di famiglia, come si dice, modesta, di andare
all`estero ed ora la so felicemente "sistemata” in
Svezia.
Ma possono partire tutti i ragazzi dotati?
Qui resterebbero solo quelli con un quoziente intellettivo basso o
legati a qualche problema che li trattiene: un Paese di
sfigati!
E allora ecco il paradosso: costringere a partire i
padri,
quelli che hanno reso così com`è l`Italia, quelli
che danno lavoro solo ad amici e parenti in cambio di favori, quelli
che protestano contro le tasse alte e non le pagano, quelli che tuonano
contro l`assistenzialismo pubblico e poi ne approfittano, quelli che
non hanno in alcun conto i valori della nostra Costituzione.
Con due-tremila
charter
ce la potremmo fare ed il nostro Paese potrebbe diventare come il resto
d`
Europa,
dove si premiano il merito, l`impegno, la professionalità,
siano di un operaio o di un docente, di un agricoltore o di un
impiegato.
Luca
Paretti
docente Liceo classico “Kant”
Roma
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